Un cambiamento sociale

http://www.inchiostrofresco.it/blog/2016/05/20/un-cambiamento-sociale-sul-dae/

Il 20 luglio scade il termine per le associazioni sportive amatoriale e dilettantistiche per adeguarsi alle norme del Decreto Balduzzi che impone a tali soggetti di attrezzarsi con un apparecchio DAE (defibrillatore semiautomatico esterno) e di preparare il personale mediante i corsi presso gli enti riconosciuti. Discutibile forse le modalità di gestione regionale o perfino provinciali che sono state poi concesse ma è senz’altro una iniziativa importante e positiva.

Nel prossimo futuro questo obbligo verrà poi probabilmente esteso fino a creare un rete di diffusione dei punti dotati di defibrillatore quanto più estesa possibile. In maniera esponenziale ci sarà un aumento rapido delle persone che hanno sostenuto un corso di abilitazione all’utilizzo del DAE che comprende anche tutte le procedure necessarie a gestire delle emorragie, le ostruzione delle vie aeree e altre azioni di primo soccorso.

Cambierà davvero qualcosa? Sicuramente! Basta seguire le notizie per averne l’evidenza. Non c’è settimana che passi senza che esca un articolo che narra di qualcuno salvato grazie ad un defibrillatore o all’intervento di un passante che interviene utilizzando le procedure acquisite durante un corso di qualifica. E siamo solo all’inizio.

Malgrado la legge richieda da un poco più di dieci anni i corsi di primo soccorso aziendale e ci sia un maggiore interesse all’istruzione del primo soccorso la diffusione delle conoscenze delle procedure BLS (basic life support) è ancora poco diffuso. In genere chi ha la capacità d’intervenire in attesa dei soccorsi, ovvero di compiere le poche procedure corrette, è una persona che per suo interesse si è preparata. Quindi si tratta di persone con una propria motivazione e modo di rapportarsi con il prossimo. I corsi necessari ad ottenere l’abilitazione BLSD (BLS e utilizzo del defibrillatore) hanno un grande vantaggio. Non richiedono di trattare una moltitudine di argomenti. Pochi argomenti, approfonditi con cura, con molta attenzione alla parte pratica. Soprattutto, i pochi argomenti davvero importanti, ovvero poche procedure che in situazioni “molto serie” possono essere determinanti per guadagnare il tempo necessario a ricevere i soccorsi avanzati.

L’obbligo di dotarsi di defibrillatori e di prepararsi al soccorso è vissuto con sofferenza da parte di molti, per motivi comprensibili. Innanzi tutto è una spesa importante, inoltre è necessario dedicare del tempo alla preparazione e alcuni, non pochi, temono la responsabilità che viene loro affidata. Come accade con i cambiamenti importanti il primo impatto è un po’ difficile. Alla lunga però sempre più persone sapranno di amici o conoscenti che sono stati salvati dal provvidenziale intervento di un passante o che sono intervenuti come primi soccorritori. La società si abituerà all’idea che intervenire tempestivamente in casi estremi, prima dell’arrivo del 118, sia un fatto normale non un fortunata coincidenza. E’ importante precisare che le competenze acquisite dalle persone preparate all’utilizzo di un DAE non sono esclusive del luogo di lavoro o di dove si trova disponibile un defibrillatore, chi è preparato porta le capacità acquisite ovunque si trovi. Ricordo che la tali qualifiche non rendono obbligatorio l’intervento di chi ha le qualifiche di cui parliamo, solo medici ed infermieri sono obbligati dalla legge a prestare soccorso, ma offrono la possibilità di avere le competenze basilari per poter soccorrere una persona se le condizioni lo permettono.

Col tempo il cambiamento potrebbe non essere limitato alla diffusione dei DAE e dall’obbligo di prepararsi al loro utilizzo, ma con un po’ di fortuna muterà il comune modo di pensare.

Nella nostra società esiste ancora una forte resistenza all’invito di prepararsi al soccorso. Vuoi per il timore di non aver le capacità emotive di gestire la situazione, vuoi per timore della responsabilità. Le persone temono la responsabilità, sia quella morale sia quella giuridica. Il timore d’agire in maniera errata e vedersi riconosciuta una negligenza è una paura profonda e come istruttore posso dire che raramente si riesce a contrastare. Ciò ha comportato che ancora oggi in molti preferiscono mantenersi ignoranti, essere inabili ed incapaci di valutare e d’intervenire piuttosto che correre il rischio di poter sbagliare e venir giudicati. Una forma un po’ rozza della scusa “ma io non sapevo”. Chiunque abbia svolto un incarico nei servizi di soccorso sa bene che i primi minuti, tra l’allerta dei soccorsi e il loro arrivo, hanno ripercussioni importanti, ma troppo poco spesso ci sono persone con quella minima ma indispensabile preparazione ad assistere la vittima. Però è anche vero che anni di servizio 118 personalmente non mi è mai capitato di trovare qualcuno che fosse sollevato e rasserenato dal “non sapere cosa fare”. Non credo che alcun medico, infermiere o soccorritore abbia mai sentito le persone attorno ad un infortunato affermare :

-per fortuna non sapevamo cosa fare!-

Al contrario ho sentito spesso dire “se avessi saputo come comportarmi”. Per ironia proprio la legge, tanto temuta, oggi obbliga ad acquisire le capacità necessarie per gestire in maniera basilare un soccorso e compiere le azioni corrette in attesa dell’aiuto in arrivo. L’aumento d’interventi opportuni o perfino fondamentali per salvare una vita sarà probabilmente d’esempio. Forse diventerà normale trovare una persona che assisterà un infortunato nella maniera corretta e così la società si abituerà a ritenere legittimo e opportuno preparasi al soccorso. L’accettazione della potenziale responsabilità, nel caso specifico di saper soccorrere una persona, sarà un passo avanti importante con risvolti più forti e profondi di quanto molti non immaginino.

I cambiamenti che queste leggi possono apportare sono più ampi del semplice aumento di persone salvate da arresto cardiaci o altri gravi eventi; sono profondi e importanti variazioni della società del modo di pensare.