quando la corda si spezza

E’ una “normale” mattinata di fine fase 1 di quarantena emergenza Covid19, sono al pc quando arriva una notifica su whatsapp. Una chat di gruppo, tutti volontari ed ex volontari in ambiente 118.
Uno degli amici ci manda una foto d’inizio turno, preparato per un intervento Covid.
La conversazione, la chattata, si sposta sul fatto di quanto sia importante scongiurare la disidratazione assumendo frutta e verdura in grandi quantità.
Una cara amica, mia ex collega di squadra, è psicologa quindi affrontiamo il discorso dello stress per gli operatori del soccorso sanitario e del personale sanitario che opera in area Covid. Decido di chiamarla al telefono per approfondire l’argomento.

Marco: l’argomento è complesso, quali sono le condizioni che più ti preoccupano? Cosa è evidente agli occhi di uno psicologo?

Giorgia: il repentino cambiamento dell’ambiente in cui un soccorritore vive. La sede, il proprio gruppo, la squadra di cui si fa parte offre al soccorritore un ambiente tanto particolare quanto unico. Una “confort zone” per utilizzare un termine di moda anglosassone. Il volontario ha un legame forte sia con i colleghi che con l’ambiente, inteso non solamente come luogo fisico dove ha sede la sua pubblica assistenza, ma anche come ambiente emotivo. Quella ritualità a cui è abituato, che offre sicurezza e, non di meno, serenità. La sede e la squadra sono ambienti protetti, lui non è solo e quando entra in servizio sa che può contare sulla sua “famiglia” ovvero la sua squadra. Il “rito” dell’inizio turno spesso è un momento nel quale si lasciano fuori i problemi e le ansie di tutti i giorni per entrare in uno stato emotivo particolare.

Ciò è venuto meno. Accade con tutte le maxi emergenze. In questa occasione non solo è accaduto, ma si protrae nel tempo in maniera eccezionale.
Vengono meno diversi fattori: la parte goliardica, che sovente è presente in una squadra di soccorso. Viene a mancare anche il normale contatto, vicinanza fisica e psicologica, che caratterizzano una squadra.


Marco: per qualsiasi servizio in ambiente Covid sono richieste procedure complesse di preparazione, si lavora in condizioni realmente faticose e al rientro vi sono altrettanto complesse procedure di svestizione e sanificazione del mezzo. Un servizio di urgenza 118 che prima avrebbe richiesto 40 minuti può arrivare a occupare anche due ore, senza contare i tempi di attesa nel pre-triage ospedaliero. I mezzi in fila in attesa fuori dal DEA oggi sono un’immagine normale.

Giorgia: le necessità richieste da questa emergenza saturano completamente il tempo e le risorse mentali, nonché fisiche, degli operatori. Non c’è più tempo per quegli “spazi morti” che permettevano sia la convivenza in sede, sia il “defusing” con la squadra; quel momento in cui fra colleghi ci si confronta su quanto accaduto elaborando in maniera sana e necessaria l’esperienza del soccorso appena effettuati. Tutto ciò viene meno. Manca l’intimità psicologica che lega la squadra.

Marco: e cosa comporta tutto ciò?

Giorgia: l’esperienza come volontaria 118 mi permette di aver una visione reale di queste dinamiche. Ti ricordo che abbiamo vissuto un evento simile per intensità, anche se di durata più breve, il G8 di Genova. Per cui parlo sia come psicologa, sia come persona alla quale non va spiegato cosa si prova perché l’ho vissuto in prima persona. Mi  preoccupo di differenti aspetti che vedo come reali e imminenti. Possono presentarsi sia una sindrome da alienazione, quanto una condizione apatica.

Marco: alienazione e apatia. Parafrasando Bill Murray: spiegalo con parole semplici a noi comuni mortali.

Giorgia: in casi estremi, ma sono entrambe risposte umane che in qualche soggetto possono manifestarsi. Non sempre in maniera forte, esistono diversi livelli. L’operatore corre il rischio di non sentirsi più parte della squadra perdendo anche il contatto con le proprie motivazioni, fino a desiderare o cercare il modo di congedarsi dai propri incarichi. Diciamo di scappare via. Prova una forte, se non violenta, sensazione che nessuno abbia ragione. Una verità che non sa tradurre in parole e trasmettere all’interlocutore, ma peggio che non sia possibile esser compresa dal prossimo e non cerca più il confronto con gli altri. La persona che soffre di questa sindrome è irascibile, ha difficoltà a mantenere il filo di un discorso, è portata a chiudersi in se stessa perché si sente incompresa.

Un’altra possibilità e che il soggetto di fronte ad una serie di stimoli troppo forti e attivazione emotiva sostenuta nel tempo risponda con l’apatia. Disinteresse, demotivazione, crisi motivazionale…

Marco: non ho cultura specifica, ma mi sembra la porta d’ingresso della depressione.

Giorgia: è una delle strade per la depressione se non si reagisce e non si cerca e s’accetta l’aiuto necessario. Può aver anche conseguenze serie. Ti faccio un esempio semplice. Lo stato di attivazione:ogni volontario in emergenza spera che nessuno abbia bisogno, però è consapevole che questa necessità si manifesterà. E’ statistica. Chi è in turno aspetta la chiamata. In tempi normali si prende servizio e si aspetta. Nessuno spera che qualcuno stia male. Però siamo là per esser utili. Quando arriva la chiamata si scatta come molle, per poter fare il proprio dovere. Siamo stati addestrati, abbiamo gli strumenti per agire e apparteniamo ad una squadra preposta. Entriamo in servizio e ci mettiamo nelle migliori condizioni mentali per rispondere a quella richiesta. La richiesta d’agire perché c’è la necessità.

Dopo le maxi emergenze si ha una inversione. La richiesta anziché esser discontinua è stata continua nel tempo. Abbiamo subito livelli troppo elevati di stress e richiesta d’impegno. Le risorse si sono esaurite e “l’asticella” di ciò che attiva le nostre emozioni si è alzata troppo. Non si tratta di esaltazione, ma di motivazione. Il lavoro che è richiesto a questi operatori d’emergenza è basato in buona parte sulle emozioni. Il far del bene, l’esser d’aiuto, non è uno stimolo che si possa attivare in conseguenza al ritorno economico. Tanto meno in ambito di volontariato.
Quando ieri lo squillo del telefono, o la chiamata via radio, che chiedeva un intervento di soccorso muoveva risorse emotive tali da permettere al soccorritore d’agire e trovar risorse per farlo, dopo periodi di emergenza continuativa ed intensa, come il Covid, vengono meno.

Questo avviene perché l’operatore d’emergenza in tempi normali trova la sua dimensione. Che è fatta di momenti d’attesa e momenti d’attivazione. Se quest’ultima è continua, ed è priva di momenti d’attesa, l’equilibrio si rompe. I momenti d’attesa son preziosi. Servono per elaborare una serie infinita di cose. Dalle problematiche personali, al confronto e alla fratellanza con gli altri operatori (da cui si arricchisce e trova stabilità e forza), al migliorarsi come soccorritore con addestramento ed esercitazioni.

Dopo simili eventi, soprattutto se così prolungati nel tempo e così intensi, con lo stravolgimento delle abitudini quotidiane, l’operatore può perdere le risorse che lo spingono. Ci si ritrova a pensare “speriamo che non arrivino chiamate” perchè l’operatore sente in cuor suo di non essere in grado di gestire l’urgenza. Perché prova un senso di frustrazione, stanchezza, demotivazione. Mancano le risorse per agire, per sentirsi pronti alle necessità a cui si dovrà far fronte.

Marco:le conseguenze?

Giorgia: stress ingestibile, depressione e sindromi ansiose.

Marco: non è un quadro clinico, sembra più una condanna.

Giorgia: lo è senza un adeguato percorso. Serve un periodo di riallineamento. Serve elaborare ciò che è accaduto e comprendere, intimamente, che si è trattato di un fatto eccezionale. In questo percorso si possono presentare le criticità. Alcuni lo effettuano in maniera spontanea. Non è un merito o una capacità. E’ un  fatto. Altri non ci riescono.

In genere chi non riesce a risolvere questo processo è chi “non sbotta”. Chi si carica fino alle sue estreme capacità. Chi si dimostra sempre all’altezza degli eventi. Questi soggetti hanno spesso una forte personalità, che non permette loro di accettare le proprie fragilità, non accettano di aver limiti, non vogliono manifestare ansia o altre difficoltà (per loro traducibile come segno di debolezza). Vogliono sentirsi sempre adeguati, bravi, ma a discapito della loro salute.

Marco: prima o poi l’emergenza finisce.

Giorgia: Esatto! Può avvenire maniera violenta come si è presentata, o più facilmente, può attenuarsi man a mano. Queste persone rimangono “legate” a quello stato di attivazione. Hanno attuato quei processi tanto a lungo e tanto intensamente, da non riuscire più ad interromperli. Il problema è che un poco alla volta l’ambiente attorno a loro è torna alla normalità. Non si riesce  a stare al passo.

Marco: PTSD, Post Traumatic Stress Disorder. La sindrome di stress dei soldati tornati dal fronte.

Giorgia: è un termine forse eccessivo,  alcuni casi è possibile. Si possono manifestare problemi come attacchi di ansia, agorà fobia (nds:paura degli spazi aperti), alienazione come già detto, frustrazione, fino alla depressione. Chi ne soffre continuerà a ripetere le procedure, o sentir la necessità di farlo, che caratterizzavano l’emergenza. Bisogna tener conto che l’emergenza occupa tutta la sfera d’interesse emotivo del soggetto chiamato ad intervenire. I problemi di tutti giorni, come il pagar le bollette, le difficoltà economiche e lavorative, perfino le problematiche in sfera famigliare sono state temporaneamente sospese. Col ritorno alla normalità c’è anche il ritorno di queste piccole sfide, che son meno impattanti ed emozionanti rispetto all’emergenza, ma che fanno parte del normale vivere. Prima dell’emergenza erano incombenze quotidiane da assolvere, di “routine”. Adesso si rivelano di troppo. Considera che questo tipo d’emergenza si manifesta all’improvviso e spegne lentamente. In economia si dice che ha “una coda” per descrivere il fatto che il ritorno alla normalità avviene in maniera graduale. Mentre “l’attivazione” è netta, chiara e precisa la “disavittazione” non è altrettanto chiara, tantomeno netta. Il soggetto che opera in emergenza non ha uno stimolo che possa dirgli “è finita”. Non ha la possibilità di fermarsi e prender del tempo di pausa per elaborare e accettare quanto avvenuto. Quel respiro che serve per tornare alla normalità.

Marco: Giorgia credo che tu abbia descritto bene quel che ci si può aspettare. Non solo in ambito di soccorso e urgenza sanitaria, ma in diversi ambiti credo sia possibile che si manifestino le condizioni che hai descritto. Ciao Giorgia, grazie d’avermi sopportato ancora una volta.

La Dott.ssa Giorgia Luiu è laureata a Pavia in Psicologia ed è specializzata a Genova in psicoterapia di psicodinamica.
Ha conseguito un master in Psicologia Giuridica per cui si occupa anche di perizie di parte (sia in procedimenti civili che penali anche in ambito minorile), raccolta di testimonianze e di testimonianze protette (in caso di abuso di minore).
Si occupa anche di psicoterapia infantile, per l`età adulta e terapia di coppia. Ex Volontaria del Soccorso nella Croce Rossa Italiana.

NB: eventuali inesattezze tecnico mediche sono imputabili solamente allo scrivente nel riportare la chiacchierata al telefono.