Amacord i vecchi mezzi di soccorso

Braccia muscolose e blocco di ponte.

In quel punto della città diverse strade confluivano in nella piazza centrale e a quell’ora, di prima mattina, il traffico si muoveva in maniera isterica. L’autobus di servizio procedeva lento con l’inerzia di un dinosauro, nelle automobili conducenti con l’espressione sconfitta di un condannati ai lavori forzati che aspettavano si potesse avanzare di qualche metro sperando di non giungere troppo tardi a lavori, altri sfidavano il freddo invernale e scivolavano nel traffico con moto e scooter. In quel contesto io e una signora anziana procedevamo a piedi e, su rotte parallele, ci avvicinavamo ad un attraversamento pedonale controllato da un semaforo. A sei o sette macchine da noi vidi un’ambulanza. Conducente, un volontario al posto affianco e il viso di un terzo spuntava dal finestrino interno del vano sanitario, sembrava un quadretto appeso ad arredare il vano di guida. Nell’istante in cui li osservavo tutti e tre girarono lo sguardo verso il basso, verso la radio. Il volontario al posto del passeggero sollevò il micro, disse qualcosa e rimane in ascolto. Intuii che probabilmente avevano ricevuto una missione 118. Nel frattempo io e l’anziana signora eravamo sul bordo del marciapiede, l’uno affianco all’altra, fermi, rispettando il semaforo pedonale che ci offriva luce rossa. Dopo un due secondi il conducente, esplorò con gli occhi la strada verso di noi e la piazza venne riempita dal suono della bitonale. In quel momento scattò il verde per attraversare e la vecchia fece per procedere. Avesse attraversato avrebbe impedito alle prime auto in attesa d’invadere l’attraversamento pedonale, accostarsi e far passare il mezzo in emergenza. Allungai il braccio destro e lo misi di traverso al petto dell’anziana indicandole di stare ferma e lei si voltò verso di me con lo sguardo fra che esprimeva sorpresa e disapprovazione.

-Signora…l’ambulanza!- le dissi per giustificare il mio gesto.

Come previsto, dopo qualche istante per comprendere dove fosse l’ambulanza e decidere come reagire, le prime auto ferme al nostro attraversamento avanzarono lentamente e liberarono il passaggio al mezzo di soccorso. Nel momento in cui l’ambulanza ci passava di fronte incrociai lo sguardo del conducente e ammiccai un sorriso, lui mi rispose sollevando un istante le dita della mano che teneva sul volante, un gesto gentile, forse per dirmi che aveva visto e apprezzato che l’avessimo lasciato passare. Credo che nessun soccorritore o ex volontario, tanto più se è stato un conducente, sia impassibile al suono di un mezzo in transito in emergenza, è una cosa che ti rimane dentro. L’ambulanza, quando ne passa una la gente vede una cosa con lampeggianti e sirena, il volontario sente l’odore della plastiche, il suono delle fisiologiche che tintinnano e tanto ancora.

Due anni fa tornai al salone del REAS a Brescia per la prima volta dopo 10 anni. Rimasi stupito perché poche cose sembravano cambiate. Le grandi novità erano i defibrillatori semiautomatici e qualche drone per il resto sembravano le stesse cose viste il decennio prima. Anche la ambulanze erano più o meno le stesse come interni, tranne qualche eccezione a mio avviso ridicola, eccessive con soluzioni inutili a problemi che non esistono.  Dopo qualche minuto che giravo, all’inizio bighellonando velocemente e senza programma da uno stand all’altro, mi accorsi che mi stavo sbagliando; i veicoli erano diventati uno spettacolo. Telai più ampi, motorizzazioni che ai tempi ci sognavamo, vani di guida che definirei “di lusso”, inteso per un soccorritore!

Osservavo il muso di un furgonato, 2 metri quadri di plastiche a formare linee morbide e aerodinamiche, curve sinuose e un parabrezza tanto ampio che sembrava una vasca dell’acquario di Genova. In quel momento mi venne in mente la mia prima ambulanza: un Ducato prima serie, tetto basso, senza servosterzo e cambio a leva al volante. Il disegnatore del Ducato secondo me aveva a disposizione solamente un righello preso dall’astuccio di scuola del figlio. Le linee che s’incrociavano formavano angoli netti e il parabrezza era piatto come un tavolino da bar ed era piccolo, ma proprio piccolo! In urgenza ci si ritrovava spesso chini in avanti per cercare di aver un po’ più di visione nel traffico. L’aria condizionata era impensabile, nelle fredde e piovose giornate d’inverno, dopo aver caricato il paziente, accaldati e fradici, il parabrezza diventava bianco. Allora si andava di panno di daino o un qualsiasi straccio. Qualsiasi cosa che non fosse la mano nuda, perché ai tempi si usavano solo i guanti in lattiche con al polverina bianca dentro, e se passavi la mano su un vetro appannato ottenevi immediatamente un denso velo simile alla farina bagnata. .              
Vogliamo parlare di far manovra nelle strette vie dei quartieri in collina con un mezzo senza servosterzo? Era pensate, ma in alcune condizioni lo diventava davvero tanto. Manovra in discesa, con il muso rivolto in basso e la necessità di fare retromarcia con tutto lo sterzo da una parte. Il carico era tutto sui pneumatici anteriori. Ovviamente si aveva la necessità di tener il freno ben premuto mentre si sterzava prima di dar gas e iniziare a retrocedere. In quelle condizioni le ruote davanti offrivano la massima opposizione alla sterzata e non avevi nessun sistema che riducesse o ti aiutasse a contrastare quella resistenza. Servosterzo?Come no!

Beh… la tecnica era semplice. Si afferrava il volante da un lato con entrambe le mani vicine, l’una affianco all’altra, si inspirava e si dava uno strattone a tirare usando tutta forza nelle braccia e nel tronco. Quindi era inevitabile, per migliorare la ventilazione polmonare, tirar bestemmie come un portuale veneto.

Una cosa che mi manca è la leva di cambio al volante. L’ho sempre trovata molto comoda e intuitiva. Mi piaceva il dover allontanare poco la mano dal volante. Credo che abbiano eliminato il cambio al volante solamente perché chi non lo conosceva ne era inizialmente spaventato ma era un timore assurdo che passava non appena ci si metteva alla guida. Sono testimone del fatto che tutti i volontari di sesso non maschile l’utilizzassero senza problemi. Certo che il Ducato a tetto basso erano un problema se eri più alto di un metro e cinquanta e per la cronaca io sono un metro e novanta.

Il vano sanitario era specificatamente studiato per provocare nocumento e lesioni all’operatore. Quando stavi attento a non dare testate nella barra che correva al soffitto ti aprivi la caviglia nell’angolo dello scivolo della barella, quando pensavi anche a non sbregarti la caviglia nello scivolo ti trovavi il poggia braccio della poltroncina nella coscia. Non pensate al poggiabraccio che avete oggi sulle ambulante, morbido, imbottito. Le poltroncine avevano un poggiabraccio ribaltabile ottenuto con i mattoncini della Lego. Duro e bastardo, con un DNA interno che lo rendeva un essere senziente assetato di dolore altrui.  Il vano sanitario aveva un volume interno di una scatola di scarpe. Il portellone laterale aveva un velocità MINIMA di chiusura, se non gli facevi raggiungere almeno i 20 chilometri all’ora non si chiudeva, ma in compenso quando andava in chiusura produceva un rumore che poteva esser udito e riconosciuto a qualche chilometro di distanza. Un suono che ricordava una scatola di chiavi inglesi lasciata cadere per terra. Una volta ho visto una collega, un po’ magrina, che nel chiuderlo infilò la manina troppo dentro la maniglia. Usò tutta la sua forza per spingerlo in chiusura ma non riuscì a sfilare la mano. Io mi preoccupai abbastanza vedendola sollevare i piedi da terra mentre veniva trascinata avanti.

Eppure il Ducato prima serie era un mezzo bellissimo. La prima motorizzazione era un 1800 a benzina. Per riuscire ad andare un po’ si teneva il motore su di giri. Nelle strade in salita di montagna, con tre persone a bordo, raramente inserivi la terza e rimanevi in seconda con il motore imballato.

Comunque tutti abbiamo guidato mezzi con la trazione anteriore, tranne chi usa Mercedes, che io detesto. Nel senso che detesto il Mercedes, non i volontari che li guidano. Ma son comunque mezzi moderni con controllo elettronico della trazione. Ma chi di voi ricorda “il vecchio pompone” a trazione posteriore? Il Volkswagen Transpoter T3? Mezzo che derivava dal Maggiolone che, tradotto in “meccanichese” significa questo: trazione posteriore e motore posteriore a sbalzo. Gli esaltati diranno che derivava dalla Porsche. No, derivava dal Maggiolone con il quale condivideva anche il telaio. Chiunque l’abbia guidato sul bagnato sa quanto fosse facile avere un blocco del ponte posteriore se inserivi la seconda a velocità troppo alta. Oggi abbiamo mezzi con freni potenti e difficilmente si surriscaldano. Noi lavoravamo tanto su per i monti liguri, quindi spesso dovevamo fare percorsi lunghi e tortuosi. Si stava attenti ai freni! Era normale utilizzare quanto più freno motore possibile, ma se arrivavi da un mezzo a trazione anteriore e ti ritrovavi ad utilizzare il T3 le prime volte che tentavi un inserimento tra terza e seconda le ruote dietro facevano “scriiiikkkkkk”. Accadeva perché le ruote dietro, frenate dal motore, rallentavano troppo velocemente e perdevano aderenza. Sull’asciutto si traduceva in un sobbalzo e un rumore di sgommata. Sul bagnato si provava un inquietante perdita d’aderenza del posteriore e, nei casi peggiori, in una sbandata anche importante. Eppure non posso negare che era un mezzo B E L L I S S I M O. Al minimo faceva “pof pof pof”, sembrava girare a 100 giri al minuto, volendo gli si poteva prender il polso. Il nostro era vecchio e quando lo accendevi faceva sempre una piacevole grande fumata bianca che mi ricordava la scena in cui James Stewart avviava il motore nel film “il volo della Fenice”.

C’è un mezzo che non ho avuto l’onore di guidare. Una pietra miliare della storia del soccorso italiano: il FIATG 238 in passata anche chiamata “l’autolettiga” e questo la dice lunga. Io spero che qualche volontario un po’ anziano ci legga e ci contatti per sapere come fosse guidare questo mezzo in urgenza ma vale per qualsiasi altra cariatide che abbia provato altri mezzi degni di nota.